Nella prima metà dell’Ottocento Cagliari conserva ancora lo status di piazzaforte militare tanto che il suo sviluppo urbano ne è fortemente condizionato. Durante l’occupazione napoleonica del Piemonte il soggiorno della famiglia reale sabauda in Sardegna consente di accertare le necessità locali nell’ambito dei servizi e delle infrastrutture. Cagliari non fa eccezione e così per il cinquantennio compreso tra l’arrivo dei Savoia (1799) e la fusione perfetta con la Terraferma (1847) si assiste a un fiorire di proposte e di progetti che rimangono quasi sempre sulla carta.
Diversi sono i motivi: problemi finanziari e di bilancio, carenza di manovalanza qualificata, difficoltà a reperire aree libere, mancanza di una regolamentazione generale. Sono dunque puntuali i progetti senza seguito e riguardano servizi indispensabili come l’ospedale, il lazzaretto, il macello, il mercato, proposti anche in periodi e in forme che non vedranno mai la luce, se non dopo decenni e in modo completamente diverso. Anche la sistemazione di nodi cruciali della viabilità urbana rimane priva di esiti sia per i vincoli militari sia per i magri bilanci finanziari.
La prima metà dell’Ottocento si configura per Cagliari come una sorta di laboratorio che vedrà parzialmente compimento molto più tardi e in un contesto assai differente. Vi è comunque un interessante gruppo di tecnici (di estrazione militare in genere) che produce le “architetture interrotte” prima della comparsa del primo vero architetto sardo, Gaetano Cima (1805-1878) di formazione torinese e romana.