Il ventennio di guerre che precedette la successione al trono di Spagna lasciò il regno di Sardegna economicamente spossato e politicamente diviso tra filoborbonici e filoasburgici. L’assegnazione dell’isola al Piemonte non riuscì a sopire le segrete speranze di un ritorno delle precedenti dinastie. I ceti privilegiati sardi considerarono infatti per alcuni decenni il dominio piemontese estraneo per lingua, tradizioni e cultura.
A creare un canale di comunicazione istituzionale tra i nuovi sudditi ed i vertici dello stato piemontese contribuirono in misura rilevante quei letrados che dopo aver seguito Carlo III a Vienna, erano rientrati nell’isola dove avevano avviato una preziosa opera di mediazione tra la volontà sovrana e i privilegi costituzionali del regno, evitando a Vittorio Amedeo II quei clamorosi errori di valutazione che avevano causato la perdita della corona di Sicilia.
Ignorata dalla maggior parte della storiografia, l’azione di mediazione politica svolta da questi funzionari consentì al sovrano sabaudo di interpretare correttamente la legislazione sarda e di introdurvi quelle piccole innovazioni burocratiche e amministrative che caratterizzarono i primi decenni di governo piemontese: dai provvedimenti del vicerè di Rivarolo sulla distribuzione delle terre incolte a quelli relativi alla colonizzazione delle aree spopolate con sudditi tabarchini, greco corsi e maltesi ed alle modalità di utilizzo della forza militare per stroncare il banditismo ed il contrabbando; dalla verifica e riconoscimento dei titoli feudali alla riduzione dei privilegi e delle immunità del clero, dall’avvio di una politica mercantilista all’impianto di manifatture.
Apparentemente frammentari e diluiti nel tempo questi provvedimenti acquisiscono rilevanza e organicità se li inseriamo all’interno di quella robusta tradizione riformista della Spagna di fine Seicento, fatta propria da Filippo V e accolta da Carlo III quando, diventato imperatore d’Austria, istituì a Vienna il Consejo de España e pose a capo di esso e del Consiglio d’Italia i letrados che avevano elaborato tali progetti nell’ultimo scorcio del regno di Carlo II, progetti che transiteranno e troveranno applicazione nella Lombardi di Maria Teresa e nella Napoli prima asburgica e poi borbonica. In Sardegna essa venne accolta e apprezzata da Vittorio Amedeo II fin dai primi anni venti mettendo radici anche a Torino quando i magistrati Francesco Melonda, Diego Cugia e Giuseppe Cadello (che prima avevano servito il re di Spagna), posti a capo del Supremo Consiglio di Sardegna assunsero funzioni di alti consulenti della corona sabauda favorendo la ripresa di quelle proposte di riforma sulla assegnazione delle terre incolte, l’incremento della popolazione l’espansione della cerealicoltura, l’istituzione dei monti frumentari e dei censori, il rilancio delle colture specializzate (vite, ulivo, riso e canna da zucchero), la razionalizzazione e la modernizzazione delle saline e delle miniere, l’impianto di manifatture.